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lunedì 10 ottobre 2011

La Sacra Sindone

La Sindone, segno dell'amore di Dio. Tra scienza e Storia Possiamo affermare senza alcuna ombra di dubbio che la Sindone è il reperto archeologico più studiato al mondo. Da quel lontano 25 maggio 1898, quando l’avvocato Secondo Pia le scattò la prima fotografia, è stato fino ai nostri giorni, un susseguirsi quasi incalzante di indagini, studi ed esperimenti. Se fosse il presunto lenzuolo funebre di un faraone o di un qualunque dignitario assiro babilonese o romano, farebbe da anni bella mostra di se in un museo con tanto di targa che ne testimonia l’appartenenza. Però purtroppo (o per fortuna) tutto porta a far credere, che quel telo di lino avvolse il cadavere non di un personaggio qualsiasi, pur se illustre, ma bensì quello di Gesù il nazareno. Ed allora sorgono i problemi di carattere ideologico, storico, esegetico e chi più ne ha più ne metta; tutto in barba alle più elementari norme del buon senso e della logica. Norme che ormai ci dicono in modo inconfutabile, che quel sudario coprì dalla testa ai piedi, di fronte e di schiena, il corpo martoriato di un uomo deceduto per crocifissione. Ci dicono, senza ombra di dubbio, che le impronte lasciate sulla stoffa non provengono da un artistica mano umana, ma sono i segni impressi da un corpo senza vita. Ci raccontano con agghiacciante dovizia di particolari, delle torture, dei patimenti, che quel corpo ha subito prima di spirare. E “guarda caso”, calzano in modo spettacolare, con quanto è raccontato dai vangeli riguardo la passione e la morte del Cristo. L’avv. Secondo Pia e la sua foto della sacra Sindone Le illazioni iniziarono subito, appena furono divulgate le prime immagini fotografiche di Secondo Pia, dalle quali ci si rese conto con stupore, che l’impronta impressa sul telo sindonico era un negativo fotografico. Il povero avvocato fu tacciato di ogni sorta di imbroglio e raggiro, perfino da gente che di fotografia se ne intendeva quanto una locomotiva se ne intende di filologia romanza. Senza dimenticare che si era ai primordi di tale tecnologia e chi la poneva in essere doveva considerasi un vero pioniere. Il Pia fece dei “miracoli” per immortalare quell’evanescente immagine sulla lastra fotografica, sia per il pochissimo tempo che gli venne concesso, sia per l’attrezzatura di cui disponeva e non ultimo per la luce di cui poté far uso, generata dalle prime ed arcaiche lampadine elettriche. Fortunatamente nel 1931, Giuseppe Enrie fotografò nuovamente il lenzuolo sindonico ed ottenne gli stessi identici risultati di 67 anni prima, ma questa volta con apparecchiature più evolute e sotto gli occhi altri esperti. Dal 1931 in poi, innumerevoli furono gli studi effettuati attraverso le branche più disparate della scienza, fino a giungere al 1978 quando il telo fu sottoposto ad un vero e proprio “tour de force” di esperimenti ottici di ogni genere, accompagnati da prelievi e sondaggi. Tutti confermarono ciò che si era sempre pensato: 1) La Sindone non era un dipinto; 2) Le macchie sulle ferite che fino ad allora erano apparse come di sangue, erano effettivamente composte da tale elemento; 3) L’indagine merceologica sulla tessitura del telo, lo identificava come un manufatto mediorientale databile al primo secolo dopo Cristo; 4) L’immagine era prodotta da una “strinatura” (ossidazione) delle fibrille superficiali di ogni fibra di lino; 5) L’immagine, sotto le macchie di sangue, non appariva; Nel rovescio non c’era alcuna traccia dell’immagine. Naturalmente tutto ciò non spiegò come l’impronta si fosse formata su quel telo di lino, lungo 4 metri e 36 centimetri, nonché alto 1 metro e 10 centimetri.

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